AUTONOMIE ALPINE: Il federalismo di Luigi Einaudi

di Annibale Salsa

Nel mio ultimo editoriale accennavo alla Carta di Chivasso quale esempio lungimirantedi federalismo alpino. Credo che si debba ancora ritornare su di un tema che oggi è di grande attualità ma che, non sempre, viene coniugato in forme culturalmente rigorose e consapevoli. I 150 anni di storia nazionale unitaria sono, infatti, la migliore occasione per riflettere, con scienza e coscienza, su di una questione più che mai aperta. La rivisitazione del complesso patrimonio ideale dei grandi protagonisti della storia nazionale, i cui contributi intellettuali sono stati dimenticati o velocemente catalogati nella penombra delle biblioteche, ci riserva non poche sorprese. Tornando alla Dichiarazione di Chivasso firmata il 19 Dicembre 1943 dai rappresentanti dell’autonomismo valdostano e valdese, esponenti di spicco della Resistenza, ci troviamo al cospetto di un documento che esprime il profondo disagio patito dalle popolazioni alpine durante il regime fascista. L’italianizzazione forzata dei toponimi nell’Ovest come nell’Est delle Alpi (la cui vertenza in Sudtirolo è ancora oggi anacronisticamente aperta), le autonomie speciali regionali e provinciali, ancora lontane dal modello esemplare del federalismo alpino svizzero su base cantonale, erano al centro dell’attenzione dei firmatari del documento del 1943. La loro riflessione politica verteva sulla questione della montagna alpina in quanto cerniera fra popoli e culture, simili e diverse al tempo stesso. Niente a che vedere, quindi, con le pianure, siano esse padane, rodaniane, renane o danubiane. Essi avevano a cuore il problema delle terre alte e delle loro genti i cui modelli sociali ed economici poco avevano ed hanno a che vedere con le prospicienti pianure. Anzi, per una evidente economia di scala, quando le montagne dipendono dalle pianure, vengono fagocitate in un soffocante rapporto di subalternità. Si spiega così che Regioni miste “montagna/pianura”, come Piemonte, Lombardia e Veneto, collochino la montagna in posizione marginale. Anche in Trentino, nei decenni passati, il sistema caseario tradizionale ispirato al modello alpino (piccole stalle, allevamento ed agricoltura estensiva) ha ceduto alla seduzione delle grandi produzioni intensive a vocazione padana. Diversamente sono andate le cose nel vicino Sudtirolo che ha privilegiato, con successo, le pratiche estensive alpine.  La fidelizzazione al modello autoctono d’oltre Salorno ha avuto, come ricaduta virtuosa, una maggiore salvaguardia del paesaggio culturale anche in funzione di rinforzo delle identità territoriali. I firmatari della Carta delle autonomie alpine sollevavano, altresì, il problema della inadeguatezza del modello centralizzato burocratico di tipo prefettizio. Fatto salvo il principio dell’Unità nazionale, essi interpretavano il federalismo alla stregua di uno strumento democratico che, responsabilizzando i poteri decisionali locali, avrebbe avvicinato il cittadino-montanaro al buon governo della cosa pubblica. Il riferirsi espressamente all’ordinamento cantonale elvetico, per il quale le diversità linguistiche, etniche e culturali trovano nell’organizzazione federale uno strumento forte di contrasto alle tentazioni secessionistiche, ai localismi, ai campanilismi, ai centralismi regionalistici, costituiva il migliore antidoto all’endemico male italico. La storia e l’attualità del nostro Paese insegnano che non si sa ancora oggi trovare il punto di equilibrio fra senso della Nazione e dimensione locale, fra derive nazionaliste da una parte e particolarismi da strapaese dall’altra. Un anno dopo la Carta di Chivasso, un’autorevole figura di economista e statista, Luigi Einaudi, futuro Presidente della Repubblica italiana, sarebbe ritornato sul tema con argomentazioni altrettanto forti e caustiche. Dopo l’8 Settembre 1943 Einaudi si rifugia in Svizzera ed il 17 Luglio 1944 pubblica con lo pseudonimo Junius su «L’Italia e il secondo Risorgimento», Supplemento della Gazzetta Ticinese di Lugano, un saggio dal titolo «Via il Prefetto!». Può essere significativo osservare che Einaudi era originario, in linea paterna, di una valle alpina dalle forti tradizioni di autogoverno. Si tratta dell’occitana Valle Maira che, sino alla fine del XV° secolo, godeva di una notevole autonomia e prosperità nell’ambito del Marchesato di Saluzzo. Culla della lingua d’Oc e della cultura provenzale alpina, impreziosita dal ciclo pittorico fiammingo di Hans Clemer voluto dal mecenatismo illuminato del Marchese, diventerà una delle valli più povere del Cuneese dopo l’affermarsi del modello centralistico sabaudo. Scriverà il nostro ex Capo dello Stato a proposito delle sue origini familiari: «Gli Einaudi vengono dalla Val Maira, sopra Dronero, e lì si contano più Einaudi che sassi … tutti montanari, boscaioli, pastori e contadini».  Poi la famiglia si trasferirà nelle Langhe monregalesi di Dogliani, terra di Dolcetto e di colline, dove avvierà un’impresa agricola. Il suo curriculum di liberale e liberista è ben noto. Meno note sono, invece, le sue prese di posizione sul sistema delle prefetture che lo collocano lungo una linea di continuità ideale con i firmatari della carta delle autonomie, in un contesto storico esasperato per i danni provocati dal centralismo fascista. Senza voler forzare le interpretazioni, viene da pensare che la matrice alpina ed autonomistica possa aver influenzato un certo modo di vedere e sentire il territorio montano e le sue genti. Non vanno dimenticati anche i suoi rapporti di collaborazione con lo statista trentino Alcide De Gasperi, di cui Luigi Einaudi era stato Vice Presidente del Consiglio negli anni 1947- 48 nell’ambito del IV Governo presieduto dal padre dell’autonomia tridentina. Trattandosi di un pamphlet polemico, Einaudi denuncia in maniera graffiante l’istituzione prefettizia di derivazione napoleonica, che egli riteneva responsabile della pesante gestione centralistica propria dello Stato italiano, in una versione imitativa peggiorata rispetto allo Stato francese. In un passaggio del testo in questione si legge: «Coloro i quali parlano di democrazia e di costituente e di volontà popolare e non si accorgono del prefetto, non sanno quel che si dicono […]. Forse i soli europei del continente, i quali sentendo quelle parole le intendono nel loro significato vero sono, insieme agli scandinavi, gli svizzeri. Essi sanno che la democrazia comincia dal comune, che è cosa dei cittadini. L’autogoverno continua nel Cantone, il quale è un vero Stato, il quale da sé si fa le sue leggi […] L’unità del paese non è data dai prefetti […]. L’unità del paese è fatta dagli Italiani. Dagli Italiani i quali imparino a proprie spese a governarsi da sé». E ancora: «Ricostruire lo Stato partendo dalle unità che tutti conosciamo ed amiamo; e sono la famiglia, il comune, la vicinanza e la regione. Così possederemo finalmente uno Stato vero e vivente». Viene da domandarci: la civiltà alpina è stata e può essere ancora un laboratorio di uomini liberi?