LA MONTAGNA PRESA IN GIRO di Annibale Salsa

Con questo titolo provocatorio veniva pubblicato, nell’anno 1931, il primo libro dello scrittore, alpinista e ambientalista trevigiano Giuseppe Mazzotti. Si trattava di una coraggiosa denuncia controi primiattacchi speculativi portati al paesaggio alpino.


 

Sono tempi ormai lontani, quelli degli anni trenta del Novecento,ma purtroppo accomunati dal disinteresse nei confronti delle terre alte. E’ di questi giorni, invece, una lettera di protesta spedita al Presidente del Consiglio Mario Monti dal sindaco di Ostana, piccolissimo comune delle Alpi Occidentali arroccato in una valle di cultura occitana ai piedi del Monviso.  Con passione, slancio e rinuncia ad ogni indennità di funzione, il primo cittadino è riuscito negli ultimi anni a riportare la vita sociale in un paesino che stava per scomparire dalla carta geografica. I residenti stabili si erano ridotti a circa 40 anime, prevalentemente anziani.Oggi il paese si è trasformato in un unico cantiere per il restauro delle vecchie case in pietra dai pesanti tetti in lastre di ardesia(“lose”).Gli abitanti, neo-montanari, sono diventati quasi un centinaio con l’arrivo di nuove coppie di giovani famiglie e relativi bambini. Il grido di dolore dell’eroico sindaco, quasi un “urlo di pietra” del “Re di Pietra” (come viene chiamato il Monviso), intendeporre l’attenzione sul rischio di mettere sullo stesso piano gli sprechi della politicanazionale con gli sforzi dei piccoli comuni di montagna per sopravvivere.Ecco alcuni passaggi significativi della lettera del sindaco: «Ormai è cosa accettata che lo Stato trascuri completamente metà del proprio territorio (quello montano) considerandolo un peso anziché una risorsa come fanno i paesi più avanzati. Probabilmente si vogliono far morire i piccoli comuni per asfissia non avendo il coraggio di passare alla storia per averlo fatto in modo chiaro assumendosi le proprie responsabilità. I piccoli comuni montani sono l’ultimo presidio di un territorio svantaggiato e sovente ostile». La furia iconoclasta di potenti opinionsmakers,recentemente abbattutasi in forma generalizzata sulle Comunità montane senza distinguere quelle inutili da quelle utili allo svolgimento di indispensabili funzioni di sussidiarietà, ha privato i piccoli Comuni di un’entità intermedia sovracomunalespesso necessaria. Anche in Trentino, pur con situazioni diverse da quella sopra descritta e grazie all’autonomia speciale che quegli stessi iconoclasti vorrebbero cancellare, esistono aree periferiche e sindaci coraggiosi come a Vallarsa (val del Leno– Lagarina),a Sagron Mis (val del Mis – Primiero), a Praso (val del Chiese – Giudicarie). L’autonomia delle regioni alpine ha anche contribuito a rafforzare le specificità identitarie dei  territori che, altrimenti, si sarebbero perse: la cooperazione in Trentino, il maso chiuso in Sudtirolo, l’allevamento d’alta quota in Valle d’Aosta dove il “mito della vacca”, secondo la celebre definizione dell’etnografo svizzero Bernard Crétaz,si rafforzatra pregiate forme di fontina ed accanite“bataillesdesreines” (tradizionale campionato valdostano di lotta fra bovine da latte). A proposito di aree marginali trentine, il recente “viaggio nella periferia del Trentino del terzo millennio” del giornalista Alberto Folgheraiterfra «i villaggi dai camini spenti», ci restituisce l’immagine di una montagna dai molti problemi ma, anche, dalle tante risorse umane.La montagna, purtroppo, oscilla sempre fra i poli opposti dell’amore e dell’odio, dell’interesse ludico e del disinteresse politico. Il Commissario Europeo per l’Agricoltura degli anni Sessanta del secolo scorso- l’olandese SiccoMansholt in carica dal 1958 al 1972 - sosteneva con convinzione che l’agricoltura di montagna dovesse essere smantellata e trasferita nei fondovalle e nelle pianure. Anche la vita nelle terre alte doveva ritirarsi per fare spazio ad estesi rimboschimenti che cancellassero prati,pascoli e insediamenti sparsi. In un territorio vicino al Trentino e dalla forte vocazione rurale come il Sudtirolo, i masi dovevano sparire e la wilderness di ritorno farla da padrone.Selvaticità e terreni di gioco sportivo erano chiamati a convivere, non senza contraddizione, dentro il perimetro ristretto del territorio alpino. Anche in Italia l’ambivalenza di significato della montagna, oscillante fra attrazione e rifiuto, fra retorica e diffidenza, è alquanto diffusa. Nessuno si dichiara mai apertamente ostile alla montagna. Tutti le sono amici nella difesa del tabù della purezza, soprattutto durante le festività natalizie! Nel nostro Parlamento nazionale esiste un Gruppo trasversale di Parlamentari Amici della Montagna animati da sincero entusiasmo e guidati con passione dal SenatoreGiacomo Santini, trentino di adozione. Tuttavia è ancora forte fra chi ha responsabilità amministrative a livello nazionale o a livello di Regioni a statuto ordinario, come ben evidenzia la lettera del sindaco di Ostana,una forte pregiudiziale negativa che vede nella montagna un problema più che una risorsa per la collettività.

Annibale Salsa

 

Pubblicato sul quotidiano l'Adige il 30.11.12